Un giorno vennero a prendere me...

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Un giorno vennero a prendere me...

24 Gennaio 2026
In occasione del Giorno della Memoria la sezione ANPI di Villasanta “Albertino Madella” presenta una nuova mostra, dal titolo “Un giorno vennero a prendere me...”.

Non è la prima volta che la nostra sezione si cimenta nella realizzazione di nuovi progetti: in occasione del 76° anniversario della liberazione, per il 25 aprile del 2021 abbiamo realizzato la mostra "Donne e Uomini della Resistenza e della Guerra di Liberazione" dedicata a tutti coloro che, in ogni tempo e in ogni condizione, seppero mettere i valori di Pace, Libertà e Giustizia al di sopra di ogni cosa, persino dell’incolumità propria e dei propri cari. Fu realizzata n collaborazione e con il contributo dell'Amministrazione Comunale di Villasanta.

Più recentemente nel gennaio 2023, sempre in occasione del 27 Gennaio, Giorno della Memoria, la sezione, nell’intento di ricordare che i campi di concentramento non sono stati solo una realtà nazista, ha realizzato la mostra "Anche in Italia... i campi di concentramento fascisti".

La mostra che presentiamo quest’anno è un progetto di cui il nostro comitato territoriale va particolarmente fiero, perché ha un taglio particolare, sia nei contenuti che nella presentazione.
Si tratta di una realizzazione, proposta dd alcuni nostri compagni che hanno avuto l’idea, l’hanno condivisa con tutto il gruppo e poi l’hanno realizzata curandone sia i contenuti che gli aspetti grafici.
E quindi, un particolarmente ringraziamento a Claudio Gavazzi, Giuseppe Origgi e Stefano Zocchio per questo interessante lavoro che oggi abbiamo la possibilità di vedere.
Partendo da una descrizione dei fatti accaduti in questo periodo storico, gli autori hanno cercato di interpretare il vissuto di chi è stato deportato e detenuto nei campi di sterminio nazisti, attraverso la descrizione di alcuni istanti, pensieri, sensazioni dei deportati.
Si è dunque trattato di un lungo e impegnativo lavoro alla ricerca di documentazione varia, tra lettere, interviste, libri, documenti, immagini che ci raccontano con uno sguardo del tutto particolare, di quella che è stata una delle pagine più devastanti mai realizzata da nazisti e fascisti durante la seconda guerra mondiale.

Un ringraziamento particolare va anche al nostro comitato provinciale ANPI di Monza e Brianza per il contributo concesso, che ci ha permesso di finanziare parte di questo progetto.

il comitato direttivo
sezione ANPI "Albertino Madella" Villasanta

mostra realizzata da:
sezione ANPI "Albertino Madella"
Villasanta (MB)
con il contributo di:
Comitato provinciale
Monza e Brianza


La data del 27 gennaio ha un valore simbolico e documentale preciso: è infatti il 27 gennaio 1945 che le truppe dell'Armata Rossa abbattono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia.
Auschwitz diventa, nel tempo, il metronimo universale della Shoah.
In Italia la ricorrenza viene istituita con la Legge 20 luglio 2000, n. 211.
Il 1° novembre 2005 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta la Risoluzione 60/7, rendendo il 27 gennaio International Holocaust Remembrance Day.

La mia presentazione ne propone una lettura su tre piani: quello del diritto, quello della storiografia e, infine, quello dell’antifascismo.

All’indomani del secondo conflitto mondiale, il “mai più” prende le forme di un nuovo diritto internazionale, che si distingue per alcune innovazioni strutturali.
Anzitutto l’introduzione del multilateralismo istituzionale con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, poi il divieto generale dell'uso della forza nelle relazioni internazionali (art. 2, par. 4 della Carta ONU), infine la tutela internazionale dei diritti umani. L'individuo cessa di essere una pertinenza dello Stato per diventare un soggetto del diritto internazionale. Ciò, in particolare, con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.
Pur non mancando elementi di criticità, si afferma l'idea che esistano norme imperative e inderogabili come il divieto di genocidio o di tortura, che prevalgono su qualsiasi trattato.
A inventare il concetto di genocidio è il giurista polacco Raphael Lemkin.
Ebreo fuggito negli Stati Uniti, Lemkin pubblica verso la fine del 1944 il libro Axis Rule in Occupied Europe, per spiegare che l’occupazione hitleriana dell’Europa era caratterizzata da violazioni continue delle leggi di guerra e di ogni norma morale, spesso con la giustificazione di una legislazione d’emergenza adottata per l’occasione.
Il 9 dicembre 1948 le Nazioni Unite approvano la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, alla redazione della quale Lemkin aveva lavorato alacremente.
La Convenzione entra in vigore il 12 gennaio 1951.
Vi viene definito il crimine di genocidio come atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico o religioso in quanto tale.

Il processo di multilateralismo subisce alti e bassi, in particolare negli anni della guerra fredda, ma è con l’ultimo decennio che avanza con prepotenza l’idea che se le regole internazionali sembrano entrare in conflitto con quello che viene considerato l’interesse nazionale si può sempre far riferimento alla sovranità nazionale, prendendo le distanze anche dagli organismi sovranazionali di cui si è parte o dalle Convenzioni e dagli obblighi istituzionali che si sono firmati e sottoscritti.
Anche l’autorità del giudice (nazionale o internazionale) sembra essere entrata in crisi, aver perso di legittimità all’interno di una comunicazione globale fondata sui social, in cui ogni giudizio o interpretazione appare legittimo, indipendentemente dal suo legame con la realtà, perché a prevalere è la verosimiglianza.
A questo si aggiunge che laddove il potere politico non riesca ad imbrigliare quello giudiziario tenta di delegittimarlo, per poter agire al di fuori di un controllo che ne contiene l’arbitrio.
Viene in piena luce una linea di frattura, peraltro sotterraneamente presente nella stessa architettura del patto fondativo dell’ONU, tra la costruzione di una giustizia internazionale potenzialmente universale, espressione del rispetto dei diritti umani fondamentali e una supposta Realpolitik che vede le potenze maggiori come attori che agiscono primariamente secondo la propria ragion di Stato, al di fuori delle regole, proteggendo i propri interessi.

Sul versante della storiografia contemporanea, da parte di un consistente gruppo di studiosi è in essere una impostazione atta a “de-provincializzare” la storiografia sull’Olocausto, ovvero a far cadere il tabù sulla comparazione dell’Olocausto, indagando il nesso tra questi e violenza coloniale.
Si sposta insomma la lettura dell’Olocausto da evento considerato "unico" e "incomparabile" a fenomeno analizzato all'interno di una rete globale di violenza, radicata nel colonialismo e nel razzismo scientifico.
A esempio, il concetto di Lebensraum (spazio vitale) della Germania hitleriana è visto come una versione continentale dell'imperialismo d'oltremare. L'Est Europa doveva diventare per la Germania ciò che l'India era per la Gran Bretagna o il West per gli Stati Uniti.
Il razzismo non è stato solo un "pregiudizio", ma un sistema pseudoscientifico che ha permesso di classificare l'umanità in gerarchie e la storiografia evidenzia come il razzismo coloniale abbia normalizzato l'idea che alcune vite fossero "senza valore".
Siamo insomma ben lontani dal poter imputare tutto alle follie di un caporale boemo!
Ancora, per quanto ci riguarda da vicino, siamo ben lontani da qualsiasi processo di ripensamento istituzionale delle violenze italiane perpetrate contro i libici durante il periodo coloniale, violenze che portarono alla morte di un ottavo della popolazione locale e che ormai diversi studiosi definiscono un genocidio.
Dunque la storiografia moderna non vede più l'Olocausto come una "rottura della civiltà", ma piuttosto come il culmine di processi storici lunghi secoli.
Comprendere questo legame è fondamentale per analizzare le forme contemporanee di discriminazione e violenza sistemica.

Forme che fanno parlare di nuovi volti del fascismo.
Senza sottovalutare importanti differenze rispetto al passato, ciò che appare incontrovertibile è il processo di erosione della democrazia.
Per dirla con la filosofa Donatella Di Cesare e il suo ultimo e bel libro, cui mi affiderò abbondantemente per queste note conclusive, tale erosione si manifesta nella forma eclatante di un demos senza kratos.
Il popolo è senza potere, estromesso, spodestato, privato della sua capacità politica – non con metodi brutali, ma attraverso mezzi sempre più sfuggenti ed elusivi.
Due sono le tendenze, diverse ma complementari, che si possono osservare: la prima è la tendenza tecnocratica, che si traduce nella completa subordinazione all’economia di una politica ridotta ad anonima governance amministrativa, che fa il gioco di grandi imprese, industria militare, banche e capitale finanziario.
La seconda è la tendenza etnocratica che si realizza in un esercizio familistico del potere e in una gestione dei popoli intesi come comunità naturali chiuse, basate su nascita e discendenza, rese salde e stabili da legami di sangue e di suolo, capaci di essere ripari suppostamente adeguati in un mondo sempre più caotico e inospitale.
Queste due tendenze, apparentemente antitetiche, si congiungono in una nuova forma di totalitarismo che insieme cancella la politica e decompone la democrazia.
Negli ultimi decenni la globalizzazione neoliberale e la finanziarizzazione del capitale hanno delocalizzato i centri del potere reale sottraendoli alla portata dei cittadini e delle comunità storicamente costituite. Si sono andate così formando reti transnazionali, sempre più sofisticate e fluide, che comandano senza alcun bisogno di apparati statuali e istituzionali.
In tali reti si è costituita una élite delle élite, che concentra nelle proprie mani una quantità crescente di risorse e ne rivendica l’uso a pieno titolo e a proprio profitto.

L’etnocrazia si avvale delle nuove tecniche del potere, che Michel Foucault ha chiamato “biopolitica”. L’intento non è la restaurazione, palesemente chimerica, del vecchio Stato nazionale, bensì il rimodellamento biopolitico della comunità che, nel solco dell’appartenenza etnica, deve essere omogenea e salda.
Per indicare questa sospensione tecnica della democrazia, che si coniuga con un rilancio della sovranità in chiave etnica, si potrebbe parlare, questo il termine usato dalla Di Cesare, di tecnofascismo.

Viene spontaneo riproporre il detto latino Mala tempora currunt sed peiora parantur!

A noi resta un’attitudine: quella dell’antifascismo.
A patto di considerarla una tradizione generativa, una macchina desiderante.
Portatrice dunque di una capacità di rinnovarsi, di attivare processi positivi per la democrazia, di stimolare pensiero critico. Aperta all’alterità, in contrapposizione a tutto ciò che chiude, costringe, sorveglia e riproduce l’esistente identico a sé stesso.
Occorre insomma riattivare il nucleo genetico dell’antifascismo, quello che ha dimostrato di essere generativo nel tempo, collegando il passato della lotta alla dittatura a un orizzonte di trasformazione.
Orizzonte nel quale si possa leggere la speranza di migliorare la propria vita, nell’espansione delle frontiere della democrazia e di liberazione da ogni forma di oppressione.

Giuseppe Origgi, co-curatore della mostra


Di seguito potete visionare i pannelli della mostra, ed i loro contenuti.



































































































Audio:


Alcuni pannelli della mostra sono accompagnati da un brano musicale, riconoscibile dal relativo codice QR, che vi permetterà di ascoltare una canzone relativa al contenuto del pannello; con una connessione alla rete internet si può quindi accedere ai file tramite telefono cellulare e/o tablet.
Durante l'esposizione della mostra chiediamo gentilmente l'utilizzo di apposite cuffie o auricolari, per evitare di disturbare la visita degli altri visitatori.
c. 1
c. 2
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c. 4
c. 5
c. 6
c. 7

Colonne sonore:

Das Moorsoldatenlied
Nero fango è la palude / che di morte tutto ammanta / sopra querce contorte e nude / non un solo uccello canta.
Dentro il lager fortificato / ammassati in tanti blocchi / ci rinchiude filo spinato / di tristezza riempie gli occhi.
Wir sind die Moorsoldaten, / Und ziehen mit dem Spaten, / Ins Moor.
Fin dall'alba al lavoro andiamo / nel pantano di malora / alle case da lì pensiamo / sospirando ad ogni ora.
Tutti sognano di tornare / agli affetti ormai lontani / molti iniziano a dubitare / che per noi verrà il domani.
Wir sind die Moorsoldaten, / Und ziehen mit dem Spaten, / Ins Moor.
Spari grida tormenti botte / fame freddo da morire / sentinelle di giorno e notte / no nessuno può fuggire.
Ma speranze non perderemo / primavera fiorirà / e allegri allor diremo / nostra amata libertà!
Dann ziehn die Moorsoldaten / Nicht mehr mit dem Spaten / Ins Moor!


*Nella versione cantata dal coro CantaStoria, le strofe in italiano sono frutto dell’arrangiamento a cura della maestra Silvia Riboldi.

Nel giugno 1933, presso il distretto di Emsland, il Reich inaugurò un modulo di quindici Campi di concentramento e internamento (gli Emslandlager) sul modello delle colonie penali; i prigionieri – principalmente oppositori politici – erano impiegati nella bonifica ed estrazione di combustibile fossile dalle paludi. A Börgermoor il poeta e sindacalista tedesco Johann Esser e l’attore e regista tedesco Wolfgang Langhoff scrissero l’inno Wir sind die Moorsoldaten. Autore della musica era l’attivista politico e membro della Resistenza tedesca Rudolf “Rudi” Goguel, arrestato il 27 settembre 1934. Il Moorsoldatenlied è da considerarsi a buon diritto il primo brano musicale della letteratura musicale concentrazionaria. Grazie a un meccanismo di trasmissione orale fisiologico che accompagnava trasferimenti e liberazioni di deportati, l’inno divenne molto popolare e conosciuto anche al di fuori degli Emslandlager.

Dachaulied
Stacheldraht, mit Tod geladen, / ist um uns're Welt gespannt. / D'rauf ein Himmel ohne Gnaden / sendet Frost und Sonnenbrand. / Fern von uns sind alle Freuden, / fern die Heimat, fern die Frau'n, / wenn wir stumm zur Arbeit schreiten, / Tausende im Morgengrau'n.
Doch wir haben die Losung von Dachau gelernt / und wurden stahlhart dabei. / Sei ein Mann, Kamerad. / Bleib ein Mensch, Kamerad. / Mach ganze Arbeit, pack an Kamerad. / Denn Arbeit, Arbeit macht frei.
Vor der Mündung der Gewehre / leben wir bei Tag und Nacht. / Leben wird uns hier zu Lehre, / schwerer als wir's je gedacht. / Keiner mehr zählt Tag' und Wochen, / mancher schon die Jahre nicht. / Und so viele sind zerbrochen /nund verloren ihr Gesicht.
Doch wir haben die Losung von Dachau gelernt / und wurden stahlhart dabei. / Sei ein Mann, Kamerad. / Bleib ein Mensch, Kamerad. / Mach ganze Arbeit, pack an Kamerad. / Denn Arbeit, Arbeit macht frei.
Schlepp den Stein und zieh den Wagen, / keine Last sei dir zu schwer. / Der du warst in fernen Tagen, /bist du heut' schon längst nicht mehr. / Stich den Spaten in die Erde, / grab dein Mitleid tief hinein, / und im eig'nen Schweiße werde / selber du zu Stahl und Stein.
Doch wir haben die Losung von Dachau gelernt / und wurden stahlhart dabei. / Sei ein Mann, Kamerad. / Bleib ein Mensch, Kamerad. / Mach ganze Arbeit, pack an Kamerad. / Denn Arbeit, Arbeit macht frei.
Einst wird die Sirene künden; / auf zum letzten Zählappell. / Draußen dann, wo wir uns finden / bist du, Kamerad zur Stell'. / Hell wird uns die Freiheit lachen, / vorwärts geht's mit frischem Mut. / Und die Arbeit, die wir machen, / diese Arbeit, sie wird gut.


La canzone di Dachau è un canto di marcia, scritto nell’omonimo campo nel 1938. Il testo è di Jura Soyfer e la musica di Herbert Zipper, entrambi condannati ai lavori forzati.
La scritta all’ingresso del campo "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi), nella sua evidente natura grottesca, spinge Soyfer a scrivere un testo che incorporasse la frase nel ritornello. Dopo averlo memorizzato, Zipper compone la melodia nella sua testa, successivamente insegnandola a due chitarristi e a un violinista tra i compagni di prigionia.
La canzone racconta la violenza della vita quotidiana nel campo di concentramento, scegliendo i toni armonici della marcia, in modo da esprimere la durezza della resistenza fisica e mentale.
Mentre Zipper fu rilasciato nel 1939 dopo essere stato trasferito al campo di concentramento di Buchenwald, Soyfer morì di tifo quello stesso anno.

Wiegala
Wiegala, wiegala, weier, / der Wind spielt auf der Leier. / Er spielt so süß im grünen Ried, / die Nachtigall, die singt ihr Lied. / Wiegala, wiegala, weier, / der Wind spielt auf der Leier.
Wiegala, wiegala, werne, / der Mond ist die Lanterne, / er steht am dunklen Himmelszelt / und schaut hernieder auf die Welt. / Wiegala, wiegala, werne, / der Mond ist die Lanterne.
Wiegala, wiegala, wille, / wie ist die Welt so stille! / Es stört kein Laut die süße Ruh, / schlaf, mein Kindchen, schlaf auch du. / Wiegala, wiegala, wille, / wie ist die Welt so stille!


*Il verso iniziale, assimilabile al "Ninna nanna ninnaò" delle ninnenanne italiane, riecheggia il termine tedesco Wiege (culla), mentre Weier, Werne e Wille sono parole senza significato, riempitive del verso.

Ninna nanna ti culla il vento / e soffia lieve sul liuto lento / sfiora dolce il verde campo / e l’usignolo intona il suo canto…
Così cantava Ilse Weber, il 6 ottobre 1944, mentre insieme al suo figlio più piccolo Tomas e ad altri quindici bambini entrava nella camera a gas del campo di concentramento di. Auschwitz.
Ilse Weber è stata una scrittrice e cantautrice ceca. Scrisse narrativa per bambini e il suo libro più popolare fu "Mendel Rosenbusch: racconti per bambini ebrei" (1929). Aveva imparato a cantare e suonare la chitarra, il liuto, il mandolino e la balalaika, ma non aveva mai intrapreso la carriera di musicista. Nel 1930 sposò Willi Weber, da cui avrà due figli, Hanus e Tomas. Quando i nazisti occuparono la Cecoslovacchia nel 1939, i Weber riuscirono a portare in salvo il loro figlio maggiore in Svezia tramite il Kindertransport. Sfortunatamente, Ilse, suo marito e il loro figlio minore Tommy furono mandati a Theresienstadt nel febbraio del 1942.
Lavorò di notte nell'ospedale pediatrico del campo, facendo tutto il possibile per i pazienti senza l'aiuto di farmaci, poiché era proibito ai prigionieri ebrei.
Scrisse molte poesie mentre era lì e ne musicava un buon numero. Si accompagnava con la chitarra mentre cantava le sue ninne nanne ai bambini e agli anziani del ghetto. Quando suo marito fu deportato ad Auschwitz due anni dopo, lei e Tommy lo accompagnarono per non disgregare la famiglia.
Poco prima di partire per Auschwitz, Willi riuscì a seppellire sotto terra, nella capanna degli attrezzi, le poesie e le canzoni che la moglie aveva composto in quei due anni a Terezin, con la speranza che un giorno qualcuno avesse potuto trovarle. Fortunatamente riuscì a sopravvivere e a recuperare egli stesso le opere della moglie.

Dona dona
Un vitello ben legato / dentro un carro al macello va. / Un uccello spensierato / vola in cielo di qua e di là.
Ride il vento sopra i campi, ride ride ogn’ora / ride ride tutto il giorno, fino a notte ancora.
Dona Dona Dona Dona / Dona Dona Dona Do / Dona Dona Dona Dona / Dona Dona Dona Do
Triste piange il vitellino / che non si vuole rassegnar. / Gli ribatte il contadino: / “Tu non hai ali per volar”.
Ride il vento sopra i campi, ride ride ogn’ora / ride ride tutto il giorno, fino a notte ancora.
Dona Dona Dona Dona / Dona Dona Dona Do / Dona Dona Dona Dona / Dona Dona Dona Do
“I vitelli sono nati / per morire senza pietà. / Se tu avessi avuto ali / voleresti in libertà.”
Ride il vento sopra i campi, ride ride ogn’ora / ride ride tutto il giorno, fino a notte ancora.
Dona Dona Dona Dona / Dona Dona Dona Do / Dona Dona Dona Dona / Dona Dona Dona Do


*Nella versione cantata dal coro CantaStoria, la traduzione del testo originale, adattata alla lingua italiana, è a cura della maestra Silvia Riboldi.

Scritta in yiddish per la produzione teatrale di Aaron Zeitlin dal titolo Esterke (1940-41) con musiche composte da Sholom Secunda. L'orchestra suona la melodia in diversi punti di Esterke. L'originale è 2/4, in sol minore per un duo di un uomo e una donna, corale con l'accompagnamento orchestrale.
Ci sono vari punti di vista sul significato delle parole “Dona, dona", che potrebbero avere precedenti origini rituali nella canzone polacca o essere un'imitazione di strumenti musicali.
Un commento apparso sul quotidiano ebraico Haaretz dà il significato di Dana come il suono che era comunemente emesso dalla guida di un carro trainato da cavalli per incoraggiare il cavallo a continuare ad avanzare mentre trascinava il suo pesante carico. Secondo il commento su Haaretz, la traduzione della parola Dana (dallo yiddish all'ebraico) è stata fornita da Kol Israel nel 1962, quando la canzone è stata eseguita da Nechama Hendel. Nel John Camden Hotten Slang Dictionary, la parola Dana era correlata al carro di un nottambulo o di uno spazzino nel vecchio gergo tedesco o austriaco. Per inciso, in turco, azero e altre lingue turche, "dana" significa "vitello svezzato".

Forward, you witnesses!
Firm and determined in this time of the end, / Prepared are God’s servants the good news to defend. / The Devil has fought and opposed them. / With Jehovah, they take their stand against him.
Then forward, you Witnesses, ever strong of heart! / Rejoice that in God’s work, you too may have a part! / Go tell far and wide that the Paradise is near / And that soon all its blessings will be here.
Servants of Jah do not seek a life of ease; / The world and its rulers we do not try to please. / Unspotted at all times remaining, / Our integrity we will keep maintaining.
Then forward, you Witnesses, ever strong of heart! / Rejoice that in God’s work, you too may have a part! / Go tell far and wide that the Paradise is near / And that soon all its blessings will be here.
God and his Kingdom are mocked and pushed aside; / His great name is slandered, its holiness denied. / Let’s share in its sanctification, / And declare it to ev’ry tribe and nation.
Then forward, you Witnesses, ever strong of heart! / Rejoice that in God’s work, you too may have a part! / Go tell far and wide that the Paradise is near / And that soon all its blessings will be here.


Forward, you witnesses! è uno dei cantici storici dei Testimoni di Geova. Fu composto nella primavera del 1942 nel campo di concentramento di Sachsenhausen, dal compositore tedesco Erich Frost, devoto Testimone di Geova e attivo nella resistenza religiosa all'autorità di Hitler.
Si tratta di un inno corale, solo per voci maschili. In prigionia, Frost compose altri due cantici, fino alla sua liberazione, nel maggio 1945.

Canzone dell’otto settembre
L'otto settembre fu la data, / l'armistizio fu firmato, / mi credevo congedato / e alla mamma ritornai.
Al giorno dopo fu fallito / quel bel sogno lusinghiero, / mi hanno fatto prigioniero / e in Germania mi mandar.
Lunghi son quei tristi giorni / di tristezza e patimenti. / Siam rivati a tanti stenti / che in Italia tornerò.


La Canzone dell'otto settembre è un canto composto e diffuso da militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi, ricavato sull'aria di una più antica ballata, appartenente ai canti d’emigrazione, diffusa in tutto il nord Italia: Un bel giorno andando in Francia.

Gelem, Gelem
Gelem, gelem lungone dromencar / Maladilem baxtale Romencar / A Romalen kotar tumen aven / E chaxrencar bokhale chhavencar
A Romalen, A chhavalen
Sasa vi man bari familiya / Mudardas la i Kali Lègiya / Saren chhindas vi Romen vi Romnyan / Mashkar lende vi tikne chhavoren
A Romalen, A chhavalen
Putar Devla te kale udara / Te shay dikhav kay si me manusha / Palem ka gav lungone dromencar / Ta ka phirav baxtale Romencar
A Romalen, A chhavalen
Opre Roma isi vaxt akana / Ayde mancar sa lumaqe Roma / O kalo muy ta e kale yakha / Kamava len sar e kale drakha
A Romalen, A chhavalen


Gelem, Gelem (traducibile in: Sono andato, sono andato), è una canzone tradizionale composta da Žarko Jovanović, musicista serbo di origine rom, che dopo aver vissuto in prima persona l'incarcerazione durante il Porrajmos, nel 1949 scrisse il testo e lo arrangiò su una melodia tradizionale. La seconda strofa recita: Anch'io avevo una grande famiglia, / l'ha sterminata la Legione Nera. / Uomini e donne furono squartati, / e tra di loro anche bambini piccoli.
La canzone fu adottata per la prima volta dai delegati del primo Congresso mondiale dei Rom tenutosi nel 1971.

Bibliografia:

Per approfondire: una bibliografia essenziale

▼  A forza di essere vento : la persecuzione di Rom e Sinti nell'Italia fascista / Chiara Nencioni ; prefazione di Luca Bravi ; postfazione di Noell Maggini. - Pisa : ETS, 2024.

▼  I campi del duce : l'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943) / Carlo Spartaco Capogreco. - Torino : Einaudi, 2019.

▼  Così fu Auschwitz : testimonianze 1945-1986 / Primo Levi con Leonardo De Benedetti ; a cura di Fabio Levi e Domenico Scarpa. - Torino : Einaudi, 2015.

▼  Genocidio : una storia politica e culturale / Paolo Fonzi. - Bari ; Roma : Laterza, 2025.

▼  KL : storia dei campi di concentramento nazisti / Nikolaus Wachsmann ; traduzione di Sara Crimi, Francesco Peri e Laura Tasso. - Milano : Mondadori, 2017.

▼  I militari italiani nei lager nazisti : una resistenza senz'armi (1943-1945) / Mario Avagliano, Marco Palmieri. - Bologna : Il mulino, 2020.

▼  Quando arrivammo c'era solo erba alta : l'olocausto infinito di rom e sinti / Paolo Cagna Ninchi ; in appendice: I destini dei bambini zingari educati in modo estraneo alla loro razza e della loro progenie, dissertazione inaugurale alla tesi di dottorato di Eva Justin. - Milano : Upre Roma, 2022.

▼  Schiavi di Hitler : i militari italiani nei lager nazisti / Mimmo Franzinelli. - Milano : Mondadori, 2023.

▼  La Shoah in Italia : la persecuzione degli ebrei sotto il fascismo / Michele Sarfatti. - Torino : Einaudi, c2025.

▼  Storia della deportazione dall'Italia, 1943-1945 : militari, ebrei e politici nei lager del Terzo Reich / Giuseppe Mayda ; introduzione di Nicola Tranfaglia. - Torino : Bollati Boringhieri, 2002.

▼  Storia della Shoah in Italia : vicende, memorie, rappresentazioni / a cura di Marcello Flores ... [et al.]. - Torino : UTET, c2010.

▼  Terra nera : l'olocausto fra storia e presente / Timothy Snyder ; traduzione di Roberta Zuppet. - [Milano] : Rizzoli, 2015.

▼  Triangolo rosa : la memoria rimossa delle persecuzioni omosessuali / Jean Le Bitoux ; introduzione di Giovanni Dall'Orto ; prefazione di Nichi Vendola. - Nuova ed. - San Cesario di Lecce : Manni, 2013.

▼  La violenza nazista : una genealogia / Enzo Traverso. - Bologna : Il mulino, 2010.

▼  Zavorre : storia dell'Aktion T4 : l'eutanasia nella Germania nazista, 1939-1945 / Götz Aly ; traduzione di Daniela Idra. - Torino : Einaudi, 2017.

Credits:

Claudio Luigi Gavazzi, per la creazione grafica
Giuseppe Origgi, per il supporto ai contenuti ed alle verifiche del progetto
Stefano Zocchio, per il supporto web
il Direttivo ANPI di Villasanta, per il supporto logistico del progetto
il Comitato provinciale ANPI Monza Brianza, per il contributo al progetto

Un giorno vennero a prendere me...

Villasanta, 24.01.2026

sezione ANPI "A.Madella" Villasanta


mail: anpivillasanta@gmail.com

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